Anche se non te lo hanno insegnato, puoi imparare a volerti bene

Scritto da: Francesca Saccà il 21 maggio 2014

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Passiamo intere giornate a concentrarci sugli altri: ci domandiamo cosa penseranno di noi, come ci giudicheranno, se ci vorranno bene, e spesso trascuriamo il rapporto con quello che dovrebbe essere il nostro migliore amico, ossia il nostro ‘io’. Sarebbe molto bello se ognuno di noi si amasse abbastanza da concedersi una vita piena e densa di significato ma molto spesso non è così. In qualità di psicoterapeuta, mi confronto giornalmente con persone che non si amano affatto. Ci sono troppe persone che si danno per scontate, si sottovalutano, non si prendono neanche in considerazione fino ad arrivare, nei casi più gravi, a farsi del male.

Paul Valéry scrive “Raramente ho perso di vista me stesso: mi sono detestato e mi sono adorato – poi, siamo invecchiati insieme”, ed è vero. Nella vita di tutti i giorni ciascuno di noi oscilla continuamente tra sentimenti di amore e disamore nei confronti di se stesso.

Oggi pertanto ci chiediamo: può esistere una pacifica coabitazione con se stessi? E se nessuno ci ha mai insegnato a volerci bene, è possibile impararlo? Sicuramente un buon rapporto con “il nostro io” non è cosa semplice e dobbiamo lavorare costantemente  per ottenerlo e migliorarlo. Alcuni di noi riescono abbastanza facilmente a stabilire una relazione amichevole con se stessi, per altri è molto più difficile. Il nostro passato e la nostra educazione sono determinanti nello stabilire il tipo di relazione che abbiamo con noi stessi ma, fortunatamente, non ci condizionano del tutto; anche se non ci è stato insegnato a volerci bene, possiamo apprendere come si fa e dunque migliorare la nostra vita.

L’amicizia è il tipo di rapporto che meglio rappresenta il tipo di relazione che dovremmo imparare a stabilire con noi stessi, infatti gli elementi che meglio caratterizzano l’amicizia sono la stima e l’affetto, gli ingredienti base di un sano rapporto con il nostro sé.

Non a caso la terapia cognitiva comportamentale propone spesso l’esercizio del “migliore amico”: il terapeuta chiede al paziente di annotare i propri pensieri negativi quando si trova in difficoltà. Facciamo un esempio: “Quando non sono riuscito in qualcosa mi sono detto: Sono veramente un’incapace, lascio perdere, non ce la farò mai”. Poi si chiede al paziente se avrebbe detto una cosa del genere  al suo migliore amico se si fosse trovato nella sua stessa situazione. Ovviamente no, risponde il paziente, perché si rende conto che un discorso del genere sarebbe sbagliato e inefficace! Dopo di che si chiede al paziente di modificare il discorso con se stesso come se dovesse farlo al proprio amico: che cosa direbbe ad un suo amico che si dovesse confrontare con il suo problema? Il discorso allora si modifica, diventa meno rigido, più “affettuoso” e stimolante: “D’accordo è dura, stavolta non ce l’hai fatta. Sono cose che capitano. Lavorando, a poco a poco, ci potresti riuscire. Altrimenti, se è troppo difficile per te, lascerai perdere”.

A poco a poco, con questo esercizio, si sollecita e si sprona il paziente a modificare il dialogo interno che ha con se stesso. Si insegna alla persona  a parlarsi come parlerebbe ad un amico e dunque in un tono meno critico, meno rigido e più incoraggiante.

Perché si insegna questo? Proprio per permettere alla persona di imparare a coabitare serenamente con se stesso. Dobbiamo dunque imparare a stimarci e a nutrire dell’affetto nei confronti di noi stessi. Attenzione però a non fare confusione tra stima e ammirazione:  nutrire stima nei confronti di noi stessi, fare un po’ meglio quello che facciamo spontaneamente, è molto diverso dal  cercare l’azione gloriosa o il successo sfolgorante, questo sarebbe troppo difficile e ci potrebbe portare a rinunciare in anticipo ad agire.

Una buona autostima è alla fine più vicina all’amicizia di quanto sia all’amore: poichè solo l’amicizia riesce ad associare “esigenza” (non permettere ai nostri amici di fare qualsiasi cosa) e “benevolenza” (non giudicarli ma essere disposti ad aiutarli), “presenza” (essere attenti e disponibili per loto ) e “tolleranza” (accettarne i difetti e le manchevolezze).

Imparare dunque ad essere amici di noi stessi si può ed è fondamentale per il nostro benessere psicologico. Se da soli non ci riusciamo non vergogniamoci di chiedere aiuto a uno psicoterapeuta, che ci permetterà di comprendere le origini del cattivo rapporto con noi stessi ma soprattutto ci consentirà di scoprire nuove e più funzionali modalità per imparare a volerci bene e a rispettarci.

 

Riferimenti bibliografici

“Imperfetti e felici”. Christophe Andrè. Edizioni Corbaccio, Milano, 2008